Il sondaggio come strumento di propaganda politica (?)

I sondaggi vantano una tradizione abbastanza lunga che porta con sé un profondo radicamento specie nei paesi anglosassoni.

In Gran Bretagna il ruolo dei sondaggi è cresciuto dal dopoguerra fino al 1992 quando, la previsione erronea della vittoria dei laburisti, ha significato la perdita di fiducia negli istituti di sondaggio e l’inizio di una battaglia per restituire ad essi l’affidabilità persa.

In Italia, con qualche anno di ritardo, abbiamo assistito ad un uso crescente del sondaggio, utilizzato a volte, non tanto come mezzo per indagare le tendenze dell’elettorato, ma più come strumento di contesa politica.

A questo proposito vogliamo riprendere le parole di Giancarlo Gasperoni, professore ordinario di Sociologia Generale presso l’Università degli studi di Bologna: «Nel 1994 la discesa in campo di Silvio Berlusconi rivoluziona il ruolo del sondaggio nella vita politica e nelle campagne elettorali, legittimando il suo rilievo quale strumento cognitivo per impostare azioni di marketing elettorale, ma anche svelando il suo potenziale propagandistico e comunicativo».

Ancora oggi, proprio nel pieno della campagna elettorale, la prassi che vuole che il sondaggio venga usato come mezzo di propaganda, sembra a volte prevalente: il sondaggio come strumento per captare il consenso degli elettori, scoraggiare i cambiamenti politici e affossare determinate tendenze.

Detto questo dobbiamo sottolineare che lo scopo di questo articolo non è quello di esprimere giudizi in merito alla bontà o meno dei sondaggi, vogliamo invece evidenziare che determinati studi sociologici e politologici hanno messo in luce l’esistenza di due diversi effetti per quanto concerne le rilevazioni demoscopiche.

La storia ha dimostrato che i sondaggi hanno avuto un forte impatto nel favorire il successo di un partito proprio tramite questi due effetti contrastanti.

Il primo è chiamato effetto carrozzone o effetto bandwagon.

Come scrive Guido Gili, Professore Ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università degli studi del Molise, l’effetto bandwagon «indica che quando una tesi o una scelta politica appare maggioritaria o in forte recupero, si produce un effetto di trascinamento sugli indecisi, nel senso di una pressione alla conformità che porta acqua al mulino del potenziale vincitore».

Gili spiega che «l’effetto bandwagon è maggiore quando lo scarto è significativo ma non abissale. Proprio in questi casi diventa conveniente manipolare i risultati del sondaggio da parte dei potenziali vincitori enfatizzando il vantaggio. Al contrario, per i sostenitori della posizione in svantaggio conviene mostrare uno scarto inferiore rispetto a quello reale».

Emblematico in questo senso è il caso di Gianni Pilo, il primo sondaggista che segnò l’epoca del berlusconismo vincente, finito però male, anzi malissimo.

Riprendendo ancora una volta Gasperoni leggiamo: «Emblematici sono gli episodi di diffusione pubblica di risultati di sondaggi da parte della Diakron di Gianni Pilo, il sondaggista “di fiducia” di Berlusconi (nonché direttore marketing della società editoriale delle sue televisioni e poi parlamentare), secondo i quali Forza Italia gode di un livello inverosimile di consensi elettorali (superiore di 10-15 punti percentuali a quelli rilevati da altri istituti e ai risultati effettivi; nel corso della campagna elettorale 2004 Berlusconi dichiara – cercando di innescare un effetto di trascinamento – che un italiano su tre ha già deciso di dare il suo voto a Forza Italia). Nel 1994 alcune associazioni di categoria e diversi istituti di ricerca denunciano i sondaggi “fatti in casa” di Pilo e il mancato rispetto della legislazione che allora regolava la diffusione dei risultati di sondaggi, finendo per ottenere l’espulsione dall’European Society of Market and Opinion Research».

Il secondo effetto a cui facevamo riferimento è il cosiddetto effetto underdog.

Gili scrive che tale effetto «costituisce invece il caso opposto, per cui scatta una reazione contro la tesi o la posizione maggioritaria ed una simpatia e appoggio per chi è in svantaggio».

Da quanto detto emerge chiaramente che a volte i risultati di un sondaggio possono essere manipolati ad uso e consumo di chi li commissiona, per questa ragione è necessaria una riflessione rispetto all’uso, a volte smodato, della rilevazione demoscopica durante questa prima parte di campagna elettorale.

Riconoscendo l’autorevolezza di molti professionisti in questo campo, sottolineiamo al tempo stesso la necessità di interrogarsi in merito alla possibilità che alcuni sondaggisti o istituti demoscopici alla mercé di determinati leader o forze politiche, stiano sovrastimando qualche partito al fine di produrre uno spostamento degli elettori indecisi.

Il consiglio è come sempre informarsi per non essere preda di facili meccanismi manipolativi.

Simone Luca Reale


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