Paolo Borsellino: Il coraggio di Guardare. Ascoltare. Parlare

Il 19 Luglio non è una semplice data commemorativa. Il 19 Luglio non ha soltanto perso la vita un uomo straordinario, un giudice convinto che la forza della legge potesse sconfiggere la legge della forza, quel 19 Luglio del 1992 è l’Italia intera ad aver perso qualcosa. Dicono che Paolo Borsellino era un eroe, Paolo Borsellino era un uomo, come noi, con occhi, orecchie, bocca e quante volte noi tutti abbiamo avuto il coraggio di usare quegli occhi, quelle orecchie, quella bocca? Quante volte abbiamo avuto il coraggio di guardare, ascoltare e parlare.

Guardare. Ascoltare. Parlare.

Dopo il fragore delle bombe e le lacrime di chi davvero ha compreso cosa significasse Paolo Borsellino, è seguito un silenzio assordante. Questo silenzio che genera un fastidio nelle coscienze è diventato scandaloso, terribile con il passar degli anni. Ad oggi ne sono trascorsi ben 20 da quella strage, senza che nessuno abbia trovato il coraggio di tirar fuori la voce e spiegare come sia mai stato possibile che a soli due mesi dall’attentato di Capaci si sia pensato di poter abbandonare Borsellino al proprio destino, e con lui quei giovani della scorta, forse gli unici a credere per davvero che ci fosse qualcosa da tutelare. La memoria purtroppo vola facilmente in questi casi a ricordare le frasi pronunciate dal cardinale Salvatore Pappalardo durante il funerale di un’altra vittima della mafia per l’indolenza delle Istituzioni, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”. Chi discute con chi a Roma? Di cosa realmente si discute?

Guardare. Ascoltare. Parlare… Scrivere

Le parole diventano macigni, armi infallibili, più di cento chilogrammi di tritolo. Le parole svelano arcani meccanismi, bugie, le parole svelano le maschere che si celano sotto la superficie e fanno uscire allo scoperto tremende ed indicibili verità. Le parole diventano eterne quando si trasformano in scrittura, quando diventano indelebili nel tempo. E’ grande lo sconforto quando le parole si tingono di rosso, rosso come il sangue versato, rosso come il colore dell’agenda di Borsellino. Quell’agenda scomparsa in via d’Amelio, quell’agenda che conteneva parole in grado di far saltare in aria qualcuno, insieme a chi le ha scritte, in quella stradina di Palermo. Parole che sono state occultate, nascoste, il più velocemente possibile. Parole che dovevano sparire per sempre, per non essere mai lette.

Guardare. Ascoltare. Parlare… Capire

Cerchiamo allora di fare chiarezza, per quanto possibile, sugli eventi che precedono la strage di Via D’Amelio. Subito dopo la morte di Falcone, Paolo Borsellino segnala la pericolosità della via in cui vive la madre, richiede che venga vietata la sosta di autoveicoli nella zona. La richiesta resta senza risposta. Passate 48 ore dall’attentato di Capaci si verifica l’episodio più strano, durante l’interrogatorio del pentito Gaspare Mutolo, Borsellino riceve una chiamata dall’Ex-Ministro degli interni Nicola Mancino, il quale chiede d’incontrarlo con una certa urgenza. All’incontro Mancino non si presenta, e Borsellino in quel giorno si sofferma a parlare con il capo della polizia Parisi e Bruno Contarda (numero tre del SISDE, Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica). Da quell’incontro Borsellino, secondo quanto riportato dal fratello Salvatore, ne esce sconvolto, tanto che Gaspare Mutolo riferisce di aver visto il magistrato accendere due sigarette contemporaneamente. Mancino afferma però di non ricordare alcuna telefonata o incontro, sebbene risulti l’appunto nell’agenda grigia che Paolo Borsellino tiene a casa. Di un’altra agenda, un’agenda rossa che il giudice portava sempre con sé, come sappiamo, non si hanno più tracce. Alcune fonti riferiscono che questa sia stata portata via dall’allora Capitano dell’Arma dei Carabinieri Arcangioli, nell’attimo immediatamente successivo all’esplosione. Una sottrazione che difficilmente si può definire casuale, dato poichè al suo interno si pensa vi fossero contenute riflessioni e considerazioni personali del giudice dopo ogni colloquio con i pentiti, probabilmente annotazioni in grado di fornire elementi utili nelle indagini anitmafia, che avrebbero potuto fare chiarezza su quella che si suppone sia la “Trattativa Stato-Mafia”.

Il 19 Luglio è il giorno in cui lo stato italiano è stato sconfitto per l’ennesima volta, alle lacrime delle vedove si sono aggiunte quelle di milioni di italiani che hanno deciso di dire basta alla Mafia. Dal 19 luglio 1992 ancora si indaga sui rapporti tra Stato e mafia, e anche se ancora non abbiamo una sentenza l’opinione pubblica è stata cambiata per sempre e grida giustizia.Dopo vent’anni di bugie e depistaggi sono molte le tessere mancanti utili a completare in quadro. Tre procure stanno finalmente provando a fare emergere la più incredibile delle verità: il giudice fu ucciso perché non ostacolasse la trattativa che era in corso tra padrini ed uomini dello Stato.

Guardare. Ascoltare. Parlare… Insegnare

Non dobbiamo perdere la fiducia nelle Istituzioni , ma essere in grado di distinguere i rappresentati dello Stato corrotti da quelli che come noi invece vogliono svolgere onestamente il loro lavoro per giustizia e verità.Non ci dovrebbero essere eroi sacrificali che immolano se stessi, non dobbiamo essere martiri per essere giusti, non si deve essere vittime per dire la verità, bisogna avere il coraggio di parlare, di scrivere, di usare la verità, di guardare, ascoltare, capire, insegnare. Paolo Borsellino è uno di questi, non un eroe, un uomo. Un uomo che della parola ha fatto la propria virtù, che è stato per tutta la sua carriera, insieme al suo collega ed amico Giovanni Falcone, un magistrato che ha tentato invano di smantellare i possibili accordi tra Stato e mafia.

Noi cittadini, dal canto nostro dobbiamo pretendere che questo sacrificio non resti vano, dobbiamo pretendere che si arrivi ad una conclusione delle nuove indagini nel più breve tempo possibile. Paolo Borsellino merita che le sue parole, scritte ormai col proprio sangue, siano lette da tutti, perchè Paolo Borsellino aveva il coraggio di Guardare. Ascoltare. Parlare.

Marco Maggiore
Salvo Maggiore
Alessandro Siragusa
Salvatore Siragusa
Francesco Lupo


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